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25.06.05

Dall’etica padana del lavoro all’estetica consumista: l’adolescente reggiano di oggi a confronto con quello di ieri (e di avant’ieri)

di Leonardo Angelini

L’adolescenza, le adolescenze

Etimologicamente il termine adolescenza deriva dal latino adolesco che significa mi nutro.
Allorché si parla di adolescenza quindi si allude a quel tempo e a quello spazio in cui il ragazzo prima ed il giovane, poi, hanno bisogno di nutrirsi per crescere, per fortificarsi nel proprio processo di crescita psicologica che li porterà dalla fanciullezza all’età adulta.
Così come avviene nelle fiabe, in cui sempre il nutrimento materiale allude al nutrimento spirituale, nell’etimo del termine adolescenza vi è quindi una allusione ad un processo spirituale lungo il quale ci si fortifica e ci si arricchisce. Un processo di passaggio, più o meno cerimonializzato, come vedremo fra un po’, che richiede un tempo e uno spazio ad hoc, distinti da quelli dell’infanzia, così come da quelli adulti. Un processo in cui, come in ogni grande cambiamento, all’inizio si sa che non si è più ciò che si era, ma non si sa affatto ciò che si sta diventando. Un processo, infine, che implica la costruzione di un progetto, e quindi di una idea sul proprio futuro in un aspro confronto con le vecchie e nuove imago genitoriali ideali da demolire, da ricostruire, da levigare, da agglutinare, da de-idealizzare, alla fine, e da adattare alle esigenze reali del mondo del lavoro ed alle coniugazioni possibili nel mondo degli affetti, una volta diventati adulti.
Da una indagine storica ed antropologica emerge poi un secondo dato in tema di passaggio: ogni società, infatti, definisce una propria modalità di passaggio, delle proprie cerimonie di passaggio; per cui non esiste una adolescenza, ma tante adolescenze, alcune delle quali sono così brevi che si esauriscono nell’atto stesso del passaggio, di modo che, così come è fondata l’opinione di chi, al di là delle differenze riscontrabili in ogni società, definisce l’adolescenza in base al criterio unificante costituito dall’unanime significato che il passaggio assume in qualsiasi società (Jeammet), altrettanto è quella di chi, ponendo in primo piano non il tema del passaggio, ma quello del tempo per la crescita, afferma che in determinate società tale tempo è così breve che appare improprio, in questi casi, parlare di adolescenza (Easson).
Per comprendere le ragioni in base alle quali vi è, da una parte, una pluralità di modelli di passaggio, dall’altra una esigenza - comune a tutte le culture - di cerimonializzare il passaggio, occorre partire dal significato della cerimonializzazione.
Essa rappresenta, secondo l’antropologia e la psicoanalisi, un tentativo di elusione delle ansie e delle angosce collegate al lutto derivante da una perdita, reale o simbolica, sentita come tale sia dal soggetto che da tutta la società. L’atto della cerimonializzazione, anzi, al di della singolarità dei contenuti delle varie cerimonie, è la modalità difensiva gruppale attraverso la quale in tutte le culture si esprime il lutto (Van Gennep).
Nel caso dell’adolescenza: - la perdita consiste nella fine della fanciullezza del soggetto e nel suo passaggio ad un nuovo stato, quello adulto (il che equivale, in termini simbolici, ad una morte e ad una rinascita); - la cerimonia consiste in una serie di modalità gruppali di separazione, marginalizzazione e riaggregazione, che ogni società assume per accompagnare il giovane lungo questo tragitto.
La natura gruppale dei riti di passaggio trova la sua ragione di fondo nel fatto che, di fronte all’angoscia derivante dal cambiamento, e di fronte soprattutto all’ineluttabilità del cambiamento, non è solo il ragazzo in crisi, ma tutta la società che, fino all’ingresso nell’età adulta degli ex bambini e dei non ancora adulti, non sa come e dove collocare i soggetti in cambiamento. E’ per questo che cerimonializzare il passaggio serve, da sempre ed in ogni luogo, ad esorcizzare l’ansia e l’angoscia derivanti da questo stato di sospensione e di confusività.
L’immagine più archetipica di cerimonializzazione del passaggio, nella nostra cultura, è quella del labirinto. Noi siamo abituati a pensare al labirinto come ad un luogo in cui facilmente ci si può perdere. Questa, però, come ci insegna Kern, è un’immagine recente di labirinto. In effetti, secondo i paleontologi, l’immagine originaria del labirinto era quella di un luogo in cui ci si perdeva e ci si ritrovava : ci si perdeva come bambini e ci si ritrovava come adulti. Luogo elettivo quindi di rinascita psicologica che veniva proposto, a cavallo della crisi puberale (arrivo del menarca e della capacità erettiva), a ragazze e ragazzi al fine di aiutarli a ri\definirsi, a ri\collocarsi nella gerarchia sociale, a ri\identificarsi come adulti.
Rito di passaggio, quindi, e rito di iniziazione all’età adulta, che veniva - come ogni rito - cerimonializzato dalla comunità attraverso una procedura che consisteva nell’ingresso e nell’uscita dal labirinto, che in questo modo era visto come una specie di utero sociale che aveva in sé la possibilità di togliere il non più bambino ed il non ancora adulto da una penosa e pericolosa condizione di assenza di significato e di ri-collocarlo, alla fine della cerimonia, all’interno del più confortevole e meno angosciante universo di cose conosciute e definite.
Condizione penosa per il soggetto appena pubere e pericolosa per la società di cui quel soggetto faceva parte poiché non definibile all’interno di codici certi che ne permettessero il riconoscimento e la discriminazione.
La mimesi della rinascita, rappresentata letteralmente attraverso l’ingresso e l’uscita, di fronte a tutta la comunità, del neo-pubere nel e dal labirinto permetteva un rapido ingresso nel mondo degli adulti, riducendo il momento di pericolosa discontinuità (menarca e capacità erettiva ) e la conseguente situazione di liminarità ad un insieme di atti dovuti e cerimonializzati che favorivano la ricomposizione del corpo sociale come un tutto esplicato in ogni sua manifestazione, comprese quelle che, come la crisi puberale, altrimenti avrebbero rischiato di minare alle fondamenta l’armonia e la pace fra le generazioni.
Ma allo stesso modo, ad esempio, facendo un salto di molti secoli, attraverso la ritualizzazione dell’apprendistato in precise tappe, scandite nel tempo (nel primo anno si devono imparare le tali cose, le tali altre nel secondo, eccetera), definite nello spazio (la bottega artigiana), e sancite dalla società, era possibile, fino a non molto tempo fa, intravedere un percorso certo che conduceva l’apprendista a diventare un artigiano e, potenzialmente, un maestro. E la stessa goliardia che cos’era, in ultima istanza, se non una (odiosa) cerimonia di passaggio e di iniziazione all’età adulta per i futuri laureati?


Riti di passaggio oggi

Queste le cerimonie di ieri. Ma oggi la situazione è paragonabile a quella di ieri? Cerchiamo di capire quali sono i tratti distintivi della situazione odierna.
Oggi intanto assistiamo ad una dilatazione dei tempi della formazione che prende un numero crescente di giovani e che ha spinto gli scienziati sociali a individuare un nuovo soggetto, il postadolescente, che occupa un nuovo spazio fra l’adolescente vero e proprio e l’adulto, nuovo spazio nato in base alle nuove e più complesse esigenze formative, nate nella società industriale avanzata.
Un secondo elemento che emerge da un’analisi della società attuale e dagli elementi di complessità in essa presenti è che oggi non esiste più un solo modello di passaggio, ma una serie di modelli che coesistono e che si declinano in base alla classe sociale di appartenenza del giovane, per cui chi termina gli studi presto, o molto presto, ha un modello di ingresso nell’età adulta diverso da chi termina gli studi tardi, o molto tardi e, specie in una società come la nostra, è costretto a rimanere in casa (Scabini).
Un terzo dato che risulta chiaro agli occhi dello scienziato sociale è, conseguentemente, l’assoluta non coincidenza fra maturazione biologica e maturazione intesa in termini psicosociali. Una non perfetta coincidenza fra il polo biologico e quello psicosociale, secondo Van Gennep, è riscontrabile in qualsiasi gruppo sociale; ma questo diventa particolarmente evidente oggi, ed assume elementi di criticità importanti, come vedremo fra un po’, allorché l’ingresso nell’età adulta viene procrastinato fortemente, come abbiamo appena visto, per un numero crescente di giovani, per i quali si va dilatando a dismisura quella specie di Isola che non c’è, lontana dal mondo del lavoro e della produzione, che è l’adolescenza (e la postadolescenza) attuale.
Cosicché, nelle culture tradizionali, gli elementi di fondo che definivano la ritualità del passaggio consistevano: - in un alto tasso di cerimonializzazione del passaggio, - nella presenza di sacerdoti che officiavano scientemente il passaggio, - e nel fatto che tutto il rito si svolgeva palesemente di fronte a tutta la comunità. Si definiva così, in quelle comunità, una ritualizzazione del passaggio che diventava un importante strumento di difesa gruppale contro le ansie e le angosce derivanti, in tutti i membri della comunità, dalla incerta collocazione dei neofiti.
Nella nostra società invece, come afferma Le Breton, il giovane affronta il passaggio sempre più solo e senza il conforto di cerimonie sociali che attestino, agli occhi di tutta la società, il suo ingresso nella comunità adulta. Questa cerimonia privata di passaggio, questo rito intimo parallelo (Le Breton) da un lato testimonia l’importanza per il giovane di dotarsi di segnali che attestino il cambiamento, dall’altra ci lascia capire che la società adulta non sembra avere più al proprio interno quei sacerdoti officianti il passaggio che nelle società tradizionali svolgevano l’importante funzione di rendere sociale, e cioè condiviso da tutta la comunità, il passaggio stesso.
O meglio, come affermano Vanni e Sacchi, vi è una istituzione, la scuola, che attraverso il passaggio da una classe all’altra, da un ciclo all’altro oggettivamente svolge tale funzione agli occhi del giovane, una istituzione però che non sembra (sempre) cosciente del significato che tali attestazioni hanno per il giovane .
Un secondo importante elemento tipico della società contemporanea è la nascita di un nuovo tipo di famiglia, la famiglia prolungata (Scabini) nata essenzialmente dalla dilatazione dei tempi del passaggio dell’adolescente all’età adulta. Nella famiglia prolungata, come afferma la Scabini, due generazioni adulte, quella dei genitori e dei figli post-adolescenti, convivono per un certo periodo di tempo, dando luogo a nuove dinamiche intergenerazionali che consistono, per il giovane, nella forzosa compressione delle proprie tendenze alla autonomia e per la società nel pericoloso venir meno dell’elemento della rottura generazionale, cioè di quel seme del cambiamento che, in società tradizionali, veniva visto con sospetto, ma che, in società dinamiche come la nostra, era - fino a pochi anni fa - il lievito che premetteva alla società stessa la necessaria opera di adattamento alle rapide trasformazioni prodotte dalla tecnologia.

La società reggiana di oggi a confronto con quella di ieri e di avant’ieri

Partiamo dal confronto fra i tre censimenti del 51, del 71 e del 91.

Distribuzione percentuale degli occupati nei tre censimenti presi in considerazione:

ANNI DEL CENSIMENTO SETTOREAGRICOLO SETTORE INDUSTRIALE TERZIARIO ALTRO
1951 55,1 25,1 19,3 0,5
1971 2I,2 47,0 31,2 0,6
1991 6,6 44,7 48,1 0,6


I dati che risalgono al 1951 mettono in risalto una società di tipo contadino e protoindustriale che basa la propria economia prevalentemente sull’agricoltura: il 55,1% della popolazione attiva in questo periodo è occupata in questo ramo di attività economica, mentre l’industria, dopo una espansione degli anni bellici, non solo è arretrata, ma attraversa una profonda crisi di riconversione che vede, in tutta l’Emilia e Romagna, il numero degli occupati in questo settore diminuire rispetto anche al periodo prebellico : ciò a causa sia delle distruzioni belliche, sia per le difficoltà a riconvertirsi in industria di pace.
Da un’analisi della struttura della famiglia reggiana nel 1951 risulta la prevalenza, specie fra i contadini e gli artigiani, della famiglia allargata. La famiglia allargata, o plurinucleare, ha i suoi capisaldi nell’autoconsumo e nella conseguente marginalità rispetto al mercato, nella realizzazione del Sé individuale di ciascun componente all’interno di un Sé familiare che lo comprende e lo condiziona, “in una concezione dell’autorità parentale rigida e pervasiva che vede il capofamiglia maschile presiedere ai lavori extradomestici e che si tramanda da primo figlio maschio a primo figlio maschio, e la capofamiglia femmina – la cosiddetta resdòra (reggitrice) – che è la moglie del primogenito e che dirige gli affari domestici” (A. Angelini). Sottoposto a questa duplice autorità, incapsulato in questa rigida gerarchia, e costretto a questa vicinanza forzosa con la parentela meno stretta, l’individuo reggiano di quei tempi era meno autonomo ed individualizzato di quello attuale, con un enorme peso morale sulle spalle che lo portava a ritenersi perennemente legato alla famiglia, sia sul piano lavorativo sia su quello privato ed intimo.

I dati del 1971 mostrano come ormai il settore agricolo stia diventando marginale e come la forza-lavoro si indirizzi prevalentemente verso il settore industriale: il 47% della popolazione attiva occupa questo settore contro il 25,3% del 1951, e l’agricoltura diminuisce al 21,2% contro, come abbiamo visto a più della metà della popolazione che svolgeva questa attività nel 1951. La struttura economica di Reggio Emilia risente positivamente dei benefici effetti del boom economico degli anni sessanta come gran parte del Nord. In meno di dieci anni è nata una nuova realtà industriale. La vera e propria inversione, in termini percentuali, degli occupati nell’industria e nell’agricoltura in questi venti anni è importante sia per la rilevanza dell’incremento degli occupati nell’industria, sia per il decremento fra gli occupati in agricoltura. Infatti questo secondo dato, affermano sempre Basini e Lugli, avvicina Reggio Emilia elle società industriali di prima e di seconda generazione
Cosicché degli anni cinquanta dalle campagne, dalle ville , la popolazione si sposta nel centro cittadino, e da contadina si trasforma in operaia e impiegatizia. Alla lunga questi elementi sono destinati a sconvolgere anche il profilo della famiglia reggiana, e soprattutto quello della famiglia contadina. Si pensi al dato dell’inurbamento: la stessa struttura della casa cittadina, insieme agli altri importanti elementi che abbiamo appena visto, implica l’abbandono della famiglia unita e l’enorme ampliamento della famiglia nucleare, con un inizio di un processo di emancipazione dalle autorità familiari tradizionali destinato a crescere e in quest’ultimo ventennio ed a porre le basi per ulteriori cambiamenti.

A i dati del censimento del 1991, infine, ci fanno vedere come la struttura della realtà reggiana in questo periodo si vada sempre più configurando come una società postindustriale e terziarizzata. E ciò è rilevabile, da una parte, a partire dal fatto che quasi la metà della popolazione attiva di Reggio Emilia, nel ’91, è impegnata nel settore dei servizi, dall’altra dal fatto che, anche rispetto ai dati del ’71, è cambiata la qualità del terziario, che – da arretrato che era fino al ’71 - ora diventa avanzato, cioè sempre più concentrato sul piano della comunicazione e nella finanza.
L’attività industriale in questi ultimi anni è ancora rilevante, anche se il dato del 44,7, risulta oggi inferiore sia rispetto quello degli occupati nel settore dei servizi, sia rispetto al dato degli occupati nell’industria stessa del 1971. Da una recente rivelazione compiuta dall’Osservatorio per le famiglie di Reggio Emilia emerge una nuova fisionomia della famiglia reggiana che appare ormai come un quadro strutturale complesso, ormai mille miglia lontano dagli assiomi della famiglia contadina, e analogo sotto molti profili a quello che va emergendo oggi in tutta Europa. I dati raccolti mostrano una netta prevalenza di nuclei semplici, con una scomparsa della tradizionale struttura plurinucleare, di tipo patrilineare e con l’emergere della famiglia prolungata, a fianco di quella nucleare, all’espansione della famiglia mononucleare, ed – in ultima istanza - ad un complessivo aumento del numero di famiglie, unito alla contemporanea diminuzione della loro dimensione media. La famiglia in questo modo resta un punto di riferimento importante per l’individuo, anche se il fulcro dell’identità individuale per quest’ultima generazione appare come sempre più spostato sugli assiomi della libertà del singolo, che diventa così sempre più unico e non omologabile alle altre entità familiari.


L’adolescente reggiano di oggi a confronto con quello di ieri e di avant’ieri

All’interno di una società così dinamica, che – grazie ad alcuni elementi congiunturali favorevoli - nell’arco di un quarantennio ha compiuto il passaggio da una società contadina ad una società postindustriale, la struttura della personalità ha subito una serie di cambiamenti in base ai quali si può dire che ad una personalità centrata su una sorta di etica padana del lavoro, sia succeduta, nell’arco di due generazioni, una personalità centrata su un’estetica consumista.
E’ il primo dato che va considerato, nel raffrontare l’adolescente di oggi con quello di ieri e di avant’ieri, è costituito proprio dalla velocità del passaggio. Come affermano Basini e Lugli, Reggio in particolare, e l’Emilia in generale, sono stati sottoposti in questo quarantennio ad un processo di cambiamento che in Inghilterra ed in Francia sono avvenuti nell’arco di centocinquanta anni. Il rischio sul piano della identità e della coesione sociale in situazioni di rapidissimo mutamento sociale, è quello dell’ingenerarsi di una situazione di anomia (Durkheim) in cui i soggetti hanno l’impressione che i vecchi valori siano diventati obsoleti e che i nuovi valori siano ancora incerti ed appena abbozzati.
In secondo luogo, se abbandoniamo la prospettiva sociologica e guardiamo al fenomeno da un punto di vista etnoanalitico, possiamo dire che sia il carattere etnico dei giovani reggiani, e cioè l’insieme dei comportamenti previsti a livello sociale, sia l’inconscio etnico, e cioè l’insieme dei comportamenti socialmente rimossi (Devereux), siano profondamente mutati in questo quarantennio in modo che la struttura della personalità individuale e sociale ha definito nel tempo modelli di appartenenza profondamente diversi.
Avant’ieri nella società contadina e protoindustriale la struttura della personalità prevalente era quella basata sui caratteri nevrotici ed in special modo sulla struttura del carattere fobico ossessivo. Tale struttura era prodotta dalla repressione precoce di alcune pulsioni pregenitali nel bambino (soprattutto quelle relative alla fase anale), e sulla enfasi compensativa data alla produttività ed alla attività, che diventava un dover fare per tenere lontane quelle pulsioni pregenitali rimosse che altrimenti avrebbero troppo pericolosamente occupato la scena. Era su queste basi che nasceva qell’etica del lavoro, del risparmio e dell’investimento, che trovava la sua più precisa connotazione reggiana, emiliana e, direi, padana nella coniugazione con quel solidarismo socialista e cristiano che è stata, probabilmente, la base sulla quale è stato possibile coniugare l’attivismo individuale con la spinta alla cooperazione, che sarà alla base della costruzione di quel reticolo di intraprese individuali e gruppali che faranno poi gli assi portanti della ricostruzione ed del boom economico. Potremmo dire marcusianamente che il freudiano principio di realtà, nella società protoindustriale reggiana, diventa un particolare principio di prestazione che coniuga intrapresa e solidarietà, iniziativa individuale e cooperazione e che noi abbiamo definito etica padana del lavoro.
Per cui il giovane di avant’ieri, educato in questo clima familiare e sociale, diventava una operosa formica tutta dedita al lavoro, che avrebbe visto con esecrazione alcuni più recenti aspetti della società reggiana (quelli più consumistici).
Ieri, nella società industriale, nata alla fine degli anni cinquanta e che si è espansa negli anni del boom (1961 – 64), la struttura della personalità prevalente era ancora quella basata sui caratteri nevrotici ed in special modo, come per le generazioni precedenti, sul carattere fobico ossessivo. Ma proprio a partire dal boom economico (Crainz) un numero rilevante di ceti e di classi sociali in Emilia Romagna ed a Reggio in particolare, viene sospinto verso il consumismo: la 600, la lavatrice, la tv ecc. sono i nuovi feticci delle classi emergenti di questo periodo e, nel contempo, l’oggetto dei desideri e delle aspirazioni delle classi che nel frattempo a Reggio hanno abbandonato le ville, si sono inurbate, passando spesso, e velocissimamente (come abbiamo appena visto) dal lavoro nei campi a quello nell’industria e nel terziario.
Questa spinta al consumo, tutta centrata sulle impellenze del presente, ha cominciato a minare alle basi l’etica padana del lavoro, a partire dagli anni del boom, poiché il consumismo fa a pugni con i principi del risparmio e dell’investimento, che implicano la rinuncia al piacere immediato e la costruzione di un progetto per l’avvenire.
La generazione del boom risulta così dilacerata, soprattutto sul piano educativo, tra fedeltà all’etica padana del lavoro da una parte e adesione più o meno critica al consumismo. E’ una generazione che spesso predica bene e razzola male: che è ancora proiettata verso il futuro, verso il progetto, sul cui altare, come la generazione precedente, è disposta a sacrificare il presente; ma, nello stesso tempo, non riesce più a rinunciare del tutto agli agi ora possibili e che comincia ad essere influenzata sul piano dei comportamenti economici dalla pubblicità e dai media; una generazione, quindi, composta da individui che nello stesso momento in cui proclamano di essere delle laboriose formiche in effetti si stanno già trasformando in cicale.
Oggi, nella società postindustriale terziarizzata, si assiste ad una eclissi della struttura della personalità nevrotica ed alla emersione ed alla diffusione fra i giovani di una struttura della personalità narcisistica di tipo anaclitico (anaklinein, cioè stare sdraiati). Una personalità che per affermarsi, per mettersi in piedi, ha bisogno sempre di qualcuno o qualcosa con cui mantenere il contatto, qualcuno o qualcosa che aiuti, che sostenga, che tiri su. Qualcuno o qualcosa che riempia il soggetto di affetto o di oggetti di consumo che aiutino a non sentirsi soli, a non cadere in depressione, a sentirsi compresi; qualcuno e qualcosa che, anche nel momento della produzione, dall’esterno del soggetto lo aiuti e dia senso al suo fare, che altrimenti sarebbe indefinibile e non giudicabile sul piano qualitativo, per l’assenza di introietti interni forti; qualcuno o qualcosa che, attraverso queste strade, aiutino il soggetto a definire i propri confini individuali. Si assiste cioè, come afferma Bergeret, ad un passaggio da una società di tipo anancastico (ananke, cioè dover essere) ad una società di tipo anaclitico, all’interno della quale crescono dei giovani che forse all’origine, cioè quando erano bambini, non hanno ricevuto quel sostegno adeguato che oggi possa permettere loro di andare da soli per il mondo.
Sorge allora spontanea la domanda “come mai questa trasformazione che a detta dei ricercatori è comune a tutti i giovani della metropoli postindustriale?”
E di fronte al giovane reggiano sorge una seconda domanda “ci sono degli elementi specifici reggiani che hanno prodotto qui da noi tale passaggio da personalità di tipo anancastico a quelle di tipo anaclitico, da strutture della personalità nevrotiche a personalità incentrate sulle tematiche narcisistiche?”
La risposta che provvisoriamente ho cercato di dare a questo problema è in tre elementi.
1. Le nuove famiglie: innanzi tutto il tema del lavoro femminile extradomestico e quindi del venir meno per lunghi periodi della prima e della seconda infanzia della figura materna sul piano educativo, non può essere considerato nel caso reggiano un tratto di novità poiché da sempre molte donne reggiane hanno svolto lavori extradomestici. Semmai è il dato del venir meno della famiglia allargata all’inizio degli anni settanta che occorre prendere in considerazione. La famiglia allargata, infatti, permetteva la distribuzione delle funzioni genitoriali fra più figure adulte. L’inurbamento ed il contemporaneo passaggio alla famiglia mononucleare ha comportato una circoscrizione nell’esercizio delle funzioni genitoriali di fatto alla sola madre, anche se ancor oggi nel definire le strategie di accesso e di uscita dal mondo del lavoro extradomestico e soprattutto le strategie in base alle quali viene definito il luogo di vita della famiglia mononucleare, la coppia genitoriale compie un attento esame in base al quale la rete parentale estesa viene tenuta in grande considerazione (Iori).
Semmai è nell’eclissi delle figure genitoriali prodotta dalle caratteristiche qualitative che il lavoro assume nella società postindustriale che va trovato il bandolo di questa prima matassa. Infatti nella società contadina e protoindustriale il capo famiglia e tutte le figure adulte erano ed apparivano agli occhi del bambino come dotate di una autorità, sia pur circoscritta all’ambito esperienziale e di vita della famiglia. Mentre oggi la maggior parte dei lavori si esprime in contesti aziendali ed istituzionali in cui le responsabilità del singolo sono sottoposte ad un reticolo di decisioni a monte, spesso di tipo burocratico, che mortificano l’autorità del singolo. Ciò appare agli occhi del bambino come il segnale che attesta la debolezza delle figure parentali (Mitscherlich afferma che si va verso una società senza padre).
2. La cogestione educativa: il ricorso alla cogestione educativa e cioè all’integrazione dell’azione educativa esercitata dai genitori e dalla rete parentale allargata con quella esercitata dalle educatrici dei nidi e delle materne, soprattutto all’inizio dell’epopea dei nidi e delle materne reggiane, è avvenuta in condizioni tali che hanno spesso condotto questa seconda agenzia educativa a misconoscere le esigenze affettive del bambino piccolo. Per cui nei nidi e nelle materne, specialmente all’inizio degli anni settanta, ogni emozione degli affetti era bandita, (L. Angelini, 1995) ciò che veniva privilegiato era il bambino cognitivo che doveva giungere nella scuola elementare senza quel gap sul piano dei pre apprendimenti che poi avrebbe potuto metterlo in condizioni di sostanziale svantaggio rispetto ai bambini provenienti dalle classi più agiate. Questo elemento che era originato da una giusta preoccupazione e che mirava a instaurare una didattica di tipo compensativo, veniva inficiata dal misconoscimento della scena affettiva, quindi finiva col cumularsi col dato dell’eclissi delle figure genitoriali di cui abbiamo detto prima, e con accentuare la sostanziale solitudine del bambino sulla quale si andava innestando quella personalità narcisistica di tipo anaclitico di cui abbiamo parlato prima.
3. La presenza di una terza agenzia educativa, i mass – media, fin da tenerissima età ha influito sicuramente sul piano della formazione della personalità dell’adolescente di oggi. Se le caratteristiche delle nuove figure genitoriali sono quelle deboli ed eteree che abbiamo appena descritto, se la cogestione educativa agli inizi degli anni settanta è stata giocata attraverso il misconoscimento delle esigenze affettive del bambino piccolo, le caratteristiche di questa terza agenzia educativa, i media, ha sicuramente accentuato la tendenza del mondo adulto a lasciar solo il bambino o a definirsi con lui sul piano di una interlocuzione eterea ed impalpabile. Infatti, i mass – media si presentano agli occhi del fruitore, bambino o adulto che sia, come entità lontana, fredda, distante e soprattutto incapace di dialogare con il soggetto.
Le conseguenze derivanti dall’eclissi delle figure genitoriali, dalla cogestione educativa svolta in questo modo e dalla overdose di tv, per il bambino sono la definizione e l’accrescersi di gravi problemi sul processo di interiorizzazione delle imago adulte nel bambino stesso. Cosicché il bambino degli anni settanta, ottanta, e cioè il giovane di oggi ha definito nel proprio mondo interno una serie di introietti più deboli ed eterei sui quali e in base ai quali si costruisce poi la struttura anaclitica della personalità. Il bisogno di essere sempre in rapporto con qualcuno che lo contenga, lo ami, gli dia senso, lo aiuti a definire un proprio profilo individuale che altrimenti risulterebbe improbabile, o più frequentemente con qualcosa che lo riempia (Laffi) è strettamente connesso con la debolezza delle imago adulte introiettate.
Nel processo di crescita personale i nonni ed anche i padri degli adolescenti di oggi erano invece in rapporto, come abbiamo visto, con imago genitoriali e di adulti forti. La loro adolescenza, così, diventava il luogo ed il tempo per instaurare una dura lotta con queste immagini potenti dalle quali bisognava emanciparsi. E’ chiaro che lungo il processo di crescita personale in questo momento critico ieri ed avant’ieri era anche possibile che lo scontro tra Edipo e Laio, fra il figlio ed il padre, non si concludesse come nel mito con la vittoria del figlio e che alla fine il giovane adulto di avant’ieri e di ieri poteva risultare castrato ed incapace di definire se stesso al di fuori ed al di là della legge del padre. Questa era la sfida per gli adolescenti di avant’ieri e di ieri.
Invece oggi il giovane, intanto, non deve scontrarsi con alcuna figura forte nel momento della crisi adolescenziale: e ciò sicuramente non lo aiuta a definire un proprio profilo adulto autonomo e certo. In secondo luogo, l’assenza di cerimonie sociali di passaggio ed il ricorso a cerimonie private ed intime (Le Breton) che attestino la crescita, connesso con il prolungarsi dell’adolescenza fino alle soglie della fine dell’età fertile, continuano a porre il giovane in una situazione di solitudine e di assenza di dialogo. Infine la permanenza in famiglia attestata dall’estendersi a macchia d’olio della famiglia prolungata (Scabini, Zanatta) erode e continua a minare alle fondamenta quel poco di certezze che lungo il processo di crescita personale il bambino prima e il preadolescente e l’adolescente poi sono andati accumulando.
Anche il modo di amare da parte del giovane d’oggi è cambiato rispetto a quello di ieri e di avant’ieri, ciò che cerca il giovane d’oggi non è tanto un oggetto da investire libidicamente, non è tanto cioè una tensione verso l’altro quanto la ricerca di un investimento libidico del proprio io ottenuto attraverso l’oggetto. Vale a dire una tensione ad amare l’altro per sentirsi amati, valorizzati, compresi, cioè per tentare di riempire quel vuoto creato dalla presenza degli introietti deboli, eterei, impalpabili di cui sopra.
Infine l’ultimo cambiamento rilevante che mi pare di intravedere paragonando il giovane di oggi con quello di ieri e di avant’ieri è nella natura dell’Ideale dell’Io e del Super Io di questi tre soggetti. Poiché come abbiamo detto, il reggiano di ieri e di avant’ieri doveva fare, doveva produrre, doveva risparmiare per investire, magari in maniera ansiosa e nevrotica, il suo Super Io risultava presente e molto esigente, ed il suo Ideale dell’Io alto e capace di spronarlo a fare. La nuova generazione dei giovani, invece, presenta un Super Io che non riesce a far da filtro efficace alla procrastinazione dei bisogni (Laffi) e un principio che potremmo definire di fruizione ansiosa, orale, che va soppiantando quel principio di prestazione che era alla base degli ideali di produttività del vecchio reggiano e che denota, nel giovane d’oggi, la presenza di una scarsissima capacità di sublimare soprattutto le esigenze di incorporazione orale. Sul piano della definizione dell’Ideale dell’Io, conseguentemente, ciò che viene ricercato dal giovane oggi è immanente alla scena attuale e non più posto in una scena futura per ora solo programmata ed immaginata. Questa assenza di proiezione nel futuro e questo appiattimento sull’oggi, sul riempire l’oggi di oggetti da consumare ed abbandonare ansiosamente, e sul ricercare, nel lavoro, qualcuno o qualcosa fuori di sé, che lo confortino e lo attestino nel suo fare operativo, trova la sua prima espressione in quell’angolo dei giocattoli così colmo di oggetti appena fruiti e subito abbandonati che ciascun genitore di oggi ricorderà di aver approntato per il proprio figlio negli anni settanta ed ottanta.


L’isola che non c’è oggi

Nella fiaba di Peter Pan l’isola che non c’è è il luogo in cui Peter Pan e i suoi amici adolescenti vivono. Un luogo liminare, a latere, che simboleggia il luogo dell’adolescenza. Un luogo quindi il cui accesso è vietato agli adulti e soprattutto ai Capitan Uncino che rappresentano l’immagine genitoriale caricaturalizzata che l’adolescente ha bisogno di inventarsi e di mettere alla berlina per emanciparsi. Un’isola in cui il giovane ha bisogno di rimanere per il tempo occorrente ad abbandonare l’infanzia e a prepararsi ad entrare nell’età adulta con un proprio scafo capace di affrontare il mare aperto dell’impegno e della responsabilità.
Ebbene, in base a molte cose di cui abbiamo già parlato, quest’isola oggi appare come profondamente trasformata.
Innanzitutto la dilatazione dei tempi di passaggio praticamente all’infinito, fa si che emerga una nuova geografia familiare che vede nella famiglia prolungata il suo fulcro. Questa recentissima forma di famiglia insieme alla famiglia ricostruita (cioè alla famiglia nata dall’unione fra genitori in cui almeno uno provenga da una precedente unione ) insieme alla famiglia monoparentale, ridefiniscono il rapporto fra genitori e figli, fra genitori ed adolescenti, anzi vedono la nascita di una nuova entità che noi chiamiamo post adolescenza.
Il procastinarsi dell’uscita da casa del postadolescente ha una rilevanza non tanto per il dato quantitativo quanto per la nuova qualità dei rapporti che si instaurano fra queste due generazioni adulte che sono costrette a convivere, a volte anche abbastanza a lungo, fra loro. L’uscita da casa del postadolescente, infatti, oltre che tardiva non avviene più in polemica con i genitori. Non c’è polemica, non c’è pòlemos, cioè non c’è guerra, non c’è rottura generazionale. Come dicevamo all’inizio e come sottolinea la Scabini la rottura generazionale soprattutto nelle società dinamiche è il seme del cambiamento per cui ciò che si semina oggi nella famiglia prolungata e una epidemia di conformismo. Le cause esterne che sono alla base di questo fenomeno sono note e sono il prolungamento dei tempi di formazione on the job sia per i laureati sia per i diplomati; le cause interne sono nel prevalere di una atmosfera informale nel rapporto intergenerazionale che nel momento in cui si accumula al dato della compresenza di due generazioni adulte finisce col minare ancora di più l’autorità genitoriale e nel contempo col definire nuove forme di dialogo, nuove modalità di rapporto (più conformistiche) ed infine una nuova concezione della temporalità.
L’isola che non c’è però, come abbiamo detto, è anche un luogo liminare, cioè un luogo di margine distinto da quello adulto. Un luogo mentale oltre che fisico, un luogo in cui l’adolescente può, o poteva convivere con i propri pari al riparo dalle influenze del mondo adulto. Ma oggi, come ha messo in evidenza la Callari Galli, la società consumista con la sua capacità pervasiva entra in questi luoghi, li occupa e li ridefinisce in continuazione in base alla continua riproposizione di nuovi oggetti di consumo. Questa aggressione all’isola che non c’è, alla sua liminarità e marginalità, è alla base di quel continuo gioco al rimpiattino che spinge i giovani ad occupare sempre nuovi luoghi che all’iniziato sembrano indenni dalle influenza dei media e che sono poi immediatamente raggiunti, sradicati nelle loro componenti più autentiche e gratuite e riproposti come prodotti preconfezionati falsi e costosi.
Molte delle ragioni che spingono i giovani ad occupare i luoghi della notte, a volgersi verso forme di comportamento a rischio (Le Breton,1995), a sperimentare se stessi ed il proprio corpo (tatuaggio, pearcing, droghe, etc.) sono in questa corsa verso un luogo che viene ritenuto più autentico e che magari è un luogo in cui ci si perde in maniera più o meno irrimediabile. Infine, come abbiamo detto all’inizio, l’assenza di cerimonie sociali che aiutino il giovane a separarsi dalla età precedente, a definire dei propri luoghi marginali autentici e utili, a riaggregarsi in maniera certa, credibile, definita, rende ancora più solitario e difficile questo percorso.

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