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08.03.09

L’accompagnamento nei processi maturativi dei giovani: le funzioni del tutoring nei confronti dei giovani volontari e tirocinanti

Leonardo Angelini

Nell’anno scorso, come OPEN G e come Gancio Originale, abbiamo avviato un insieme di seminari, che si concluderanno il 12.12 ps., sul rapporto fra tirocinante e tutor, fra giovani volontari e tutor.
Vi è infatti più un elemento che accomuna il giovane volontario al giovane tirocinante che cominciano a svolgere la loro opera nei mestieri della cura:
- entrambi svolgono un lavoro non remunerato;
- entrambi svolgono un doppio lavoro: sugli altri, cioè su coloro che hanno bisogno di cure, ma anche su se stessi, sul flusso di emozioni e di sentimenti che nascono nella cura, sulle trasformazioni che lungo questo operare avviene dentro ciascuno di loro;
- entrambi quindi svolgono un lavoro non remunerato che richiede un accompagnamento, se non si vuole che il giovane sia travolto dalla cura;

- entrambi hanno bisogno che il loro operare avvenga in contenitori che, prima ancora del loro disporsi verso la cura si attualizzi, siano adatti o siano stati adattati da altri, più adulti di loro, alle disposizioni personali di ciascuno; entrambi devono potere vivere questa esperienza come un passaggio, o meglio come un momento del loro passaggio all’età adulta, e quindi devono sentirsi sospinti ad andare oltre, a non rimanere lì, e soprattutto devono sentirsi liberi e non oppressi dalla colpa e dal ricatto;
- entrambi in definitiva si trovano nella situazione in cui una serie di elementi che indicano il percorso verso l’età adulta sono presenti e richiedono un certo tasso di cerimonializzazione, nonché dei sacerdoti del passaggio in grado di aiutare il giovane lungo questo per noi lunghissimo percorso con tutta la discrezione e la cautela che quest’età richiede agli adulti che accompagnano i giovani, i cosiddetti tutor.


L’esperienza dell’accompagnamento: due tipi di tutor

Nelle esperienze di tirocinio che sono svolte in concomitanza con altri momenti formativi svolti in aula (cioè con le lezioni) nella pratica pedagogica anche da noi si vanno evidenziando due figure preposte all’accompagnamento: il tutor d’aula e il tutor di tirocinio.
Il tutor d’aula cura il reperimento delle sedi di tirocinio, l’adattamento questi luoghi alle esigenze dei prossimi tirocinanti, l’individuazione dei tutor di tirocinio, l’analisi delle propensioni individuali di modo che sia possibile fare dei buoni abbinamenti, il rapporto con i docenti d’aula, l’ascolto in itinere dei tirocinanti circa le difficoltà che incontrano durante il tirocinio, la gestione della valutazione finale del tirocinio effettuato.
Il tutor di tirocinio invece, attraverso gli strumenti pedagogici dell’esempio e del precettorato, più che con la lezione frontale, mostra al tirocinante, cerca di far passare in lui le competenze necessarie affinché impari a operare, e con la sua osservazione partecipe esprime delle valutazioni sull’operato del tirocinante a lui assegnato.

Il volontario, così come il tirocinante che svolge la sua opera in un momento post diploma o post lauream, apparentemente non hanno un tutor d’aula: in effetti, almeno nel caso di Gancio originale, vi è una figura per noi importantissima in sede centrale, e spesso anche in scuola sono presenti figure che svolgono tutte le funzioni tipiche del tutor d’aula che prima abbiamo elencato. Queste figure potrebbero essere denominate tutor istituenti anche se la loro funzione va al di là di quelle, pur importantissime di precostituzione di spazi adatti e di abbinamento ottimale.
Ma anche nei luoghi in cui concretamente si svolge l’opera di volontariato sono presenti tutor di tirocinio che svolgono opera di guida nei confronti dei più giovani, di valutazione del loro operato al fine di un miglioramento dell’opera svolta.


Il ‘prima’ dell’accompagnamento: predisporre dei contenitori adatti al giovane volontario

Si tratta di un lavoro che impegna non solo lo staff di Gancio Originale, ma tutte le scuole medie inferiori della città e buona parte ormai delle superiori.
Le caratteristiche che ritroviamo in tutti questi contenitori sono:
- la liminarità di questi luoghi di cura, il loro essere al riparo dallo sguardo adulto, come dicevamo prima, in modo da predisporre un terreno nel quale sia garantita una operosità discreta;
- la delimitazione di un tempo per l’impegno che non sia molto intenso e che non sia sovraccaricato di significati esterni a quelli che hanno spinto il giovane ad impegnarsi;
- la tutela del giovane volontario da parte di altri giovani solo un poco più esperti, di modo che la responsabilità risulti diffusa e non concentrata in mani adulte che di fatto esautorerebbero il giovane, lo ricondurrebbero a figlio o allievo;
- la predisposizione del luogo di apprendimento scolastico, ma come ‘luogo di restaurazione’: questo risulta di difficile comprensione non per i nostri volontari, ma per quegli spezzoni di scuola che non vivono un rapporto diretto con Gancio, ma si limitano ad inviarvi i bambini i ragazzi in difficoltà poiché vivono questi luoghi come una sorta di doposcuola;
- la cura degli aspetti teorico-pratici che sono alla base dell’esperienza attraverso le predisposizione di momenti formativi (cicli di conferenze, seminari, atelier) che non partano dalla banalizzazione degli argomenti, ma al contrario da una seria riflessione sui significati intrinseci delle cose;
- la cura per gli aspetti relativi ai movimenti che il volontario deve compiere per giungere nei luoghi della cura: non dimentichiamo che si tratta di giovanissimi che spesso non sono pienamente autonomi sul piano degli spostamenti in città;
- e, cosa più importante di tutte, l’estrema cura nel definire gli abbinamenti, nel favorire i primi approcci, nel mantenere il rapporto con gli operatori della sanità e della scuola.

Il ‘durante’ dell’accompagnamento, ovvero: accompagnamento e discrezione

Nella pratica è difficile che i più anziani fra noi si relazionino direttamente con i volontari.
In effetti ciò che accade è una specie di catena di Sant’Antonio in cui il ragazzo a rischio è in relazione diretta con un volontario, che a sua volta è guidato da un giovane tirocinante dell’ultima generazione, che ha agganci con altri giovani tirocinanti della penultima generazione, che sono guidati a loro volta da giovani psicologhe borsiste, che si relazionano con i più anziani in luoghi istituzionali del tipo: supervisione, o del tipo: verifica e ri\programmazione.
Luoghi di relazione più diretta fra i più anziani e i giovani sono: il reclutamento, il counselling individuale ad opera dei tutor istituenti, che avviene solo su richiesta dei giovani volontari, e la formazione, che viene definita in un rapporto dialettico fra esigenze espresse dai giovani e proposte che intuitivamente il gruppo dei più anziani fa di tanto in tanto.
In questo modo viene tutelato il fare nella sua parte più nucleare e frontale, che non è direttamente sotto lo sguardo adulto e perciò può diventare il luogo di proposizione e di sperimentazione della cura, e soprattutto del nuovo che ci può essere nella cura che giovani prestano ad altri giovani, di quegli elementi di creatività, di informalità, di intimità, di scambio che solo la scarsa distanza generazionale può far nascere e che uno sguardo adulto potrebbe velocissimamente guastare.
Ciò è tanto vero che da qualche anno assistiamo al fenomeno di giovanissimi che hanno partecipato ai workshop e che alla fine desiderano continuare svolgendo per qualche tempo funzioni di assistenti volontari nella cura di cui fino all’anno precedente erano stati oggetto.

La fase finale dell’accompagnamento, ovvero: mangiare lo stesso pane e separarsi

Accompagnare significa mangiare lo stesso pane.
E l’atto del mangiare lo stesso pane rimanda all’immagine di un desco comune intorno al quale tutti mangiano lo stesso pane: insomma all’immagine di appartenenza ad una stessa famiglia.
Anche in una famiglia però la generazione dei genitori, ad un certo punto, deve prendere atto che i figli crescono a vanno oltre i genitori, abbandonano il desco familiare e pongono le basi per costruirsene uno proprio.
Questa tendenza ad abbandonare il desco ed andare oltre è ancora più accentuato nei luoghi del volontariato giovanile. Non per niente ci è venuta in mente l’ascia di Washington quando abbiamo compreso questo: ascia ancora là, in bella vista, anche se nel frattempo le sono stati cambiati sei volte il manico e due volte il ferro.
I giovani volontari passano e Gancio resta a disposizione dei nuovi venuti, come l’ascia di Washington, che rimane se stessa nonostante non lo sia da un punto di vista materiale.
E’ per questo che è difficile trasformare Gancio in una associazione; è per questo che Gancio deve affrontare tutte le coniugazioni e tutte le separazioni che derivano da questo continuo transito; è per questo che l’accompagnamento nelle strutture di volontariato giovanile somiglia più ad una attraversata di un passo alpino che ad un lungo viaggio.

Inviato da Dino alle 15:19 | Commenti (0)